La giuria degli esperti ha valutato tutte le 90 opere in gara per l’edizione 2026 del concorso letterario Premio Fondazione Megamark – Incontri di Dialoghi e ha decretato, per somma di voti, la cinquina dei finalisti della 11^ edizione.
La cinquina selezionata si affida a lingue che vengono da mondi e discipline differenti (poesia, teatro, design…) messe al servizio della verità narrativa, dove il racconto di famiglie e comunità mira a restituire appartenenze e smarrimenti senza mai cedere alla retorica. Tra i titoli anche una menzione speciale.

Le Sinossi

ACQUA SPORCA di Nadeesha Uyangoda ed. Einaudi

Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia familiare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.

La motivazione della giuria degli esperti

Per il rigore e la sensibilità con cui il romanzo racconta il troppo poco raccontato, mettendo in discussione stereotipi e categorie identitarie e scavando nel rapporto tra corpo, lingua e appartenenza con voce nitida, mai compiaciuta.

ADRIATICA di Massimo Gezzi (ed. Gramma Feltrinelli)

È una sera di metà maggio ad Adriatica, la luna è alta in cielo e il mare è quasi immobile. Emilie va verso il molo. Ha bisogno del silenzio questa sera. Non ha nessuna voglia di rimettere piede a casa. Ha gli occhi gonfi e la gola irritata per le urla. Sua madre si scola una bottiglia di vino al giorno e ha il coraggio di accusare lei di fare schifo. Troppo, per una sera così calma di vento. Meglio poi il molo, meglio quel “coso in mezzo al mare” della lingua di spiaggia accanto allo sbocco del depuratore dove lei e Giada, l’amica del cuore, hanno appena dato fiato alle smanie, alle fantasie e ai loro segreti inconfessabili di adolescenti. Anche Tullio ha bisogno del silenzio e del mare questa sera. Ha quasi settant’anni e vive da solo nell’appartamento che sua madre gli ha lasciato. Gli gira forte la testa, ma non riesce a smettere di bere. Benedice e maledice il mare, il profumo delle acacie, il brillio intermittente del faro e una reliquia conservata in una scatola sepolta nel mobile della sua camera: l’immagine di una giovane donna, la più preziosa e la più cara. Entrambi, la ragazza e il sessantottenne, percorrono il lungomare di Adriatica e si avventurano su quel molo, con la speranza di ordinare i pensieri e di ritrovare la calma. Ma le loro vite finiranno per scontrarsi e per aprirsi l’una all’altra, e i due scopriranno di condividere memorie e segreti, zone d’ombra e sospetti. Finché alla fine del loro girovagare notturno, consumati da un fuoco che si riaccende in un pub popolato da tifosi rumorosi e razzisti, assisteranno a un evento singolare che metterà fine a tutto, o da cui tutto potrà ricominciare.

La motivazione della giuria degli esperti

Per la capacità di cogliere, con la scrittura consapevole di un poeta, i rimpianti malinconici della vecchiaia e i disorientamenti di una giovinezza in cui la spavalderia si mescola all’incertezza.

ARMADIO DI FAMIGLIA di Gianni Denaro (ed. Minimum Fax)

È il 22 dicembre 2020, quando Santa ha un attacco di «pazzia» e tenta di liberarsi di tutti i vestiti che trova dentro all’armadio. Quei capi le fanno troppo male. La famiglia assiste sgomenta alla scena, ma il più sconvolto è Gianni, il figlio maggiore: non può accettare che quei vestiti vadano buttati. Gianni li porta con sé a Roma, per trovargli una nuova collocazione, un nuovo senso. Fin da bambino Gianni ha osservato le vicende della sua famiglia intrecciarsi e poi sfilacciarsi come la trama e l’ordito di un tessuto inquieto. Ora, smistando e impacchettando la montagna di pezze, prova a decifrarle come si fa con i ricordi, con le emozioni. Attraverso gli abiti ricostruisce la storia di una famiglia che ha superato drammi e burrasche ma ha anche saputo risollevarsi. Frugando tra passato e presente, cercherà di spiegarsi l’ossessione dei genitori per i vestiti – e capirà che non sono altro che un modo per comunicare, per fare a meno di quelle parole che non riescono a uscire. Ma il carico della memoria familiare si fa sempre più pesante, tanto da fargli perdere l’equilibrio: anche Gianni verrà travolto dal peso dell’armadio di famiglia e sfiorato dall’ombra della pazzia.

La motivazione della giuria degli esperti

Per la sapiente costruzione di un romanzo familiare che, anche grazie alle fotografie che lo attraversano, affida ai vestiti accumulati negli anni il compito di archivio sentimentale, facendo riaffiorare affetti, crepe e memoria senza mai cedere alla retorica.

CALùRA di Saverio Gangemi (ed. Rubbettino)

In un piccolo paese arroventato da una calura misteriosa e implacabile, le vite dei protagonisti si intrecciano in un tempo sospeso, segnato da ricordi di guerra, lutti recenti e una natura che sembra collassare sotto il peso di un male inspiegabile. Lanczo, Duardo, Rachela, Nina e il piccolo Doriano si muovono in questo mondo in bilico, cercando rifugio fisico ed emotivo sotto l’ombra di un albero straordinario e inquietante, che pare immune al degrado circostante. Solo questo albero resiste, opponendo il mistero della sua enormità al giungere inatteso e incomprensibile della calura. Calùra non ha nomi di luoghi né cronologie. I segni sono pochi. Il paesaggio è una terra arida: le acque della fiumara stentano a dissetare le creature; tra i sassi sopravvivono serpenti e lucertole. La natura muore prima degli uomini, e gli uomini resistono disperatamente. Nel silenzio carico di presagi e nella tensione crescente tra i personaggi, si sviluppa un racconto corale che mescola epica popolare, realismo magico e riflessione sulla memoria e sul destino.

La motivazione della giuria degli esperti

Per la lingua arcaica e visionaria, innervata di dialettalismi, che sostiene un racconto sospeso tra fiaba nera e denuncia ecologica, dove il legame tra un nonno muto di dolore e il piccolo nipote cieco custodisce l’ultima possibilità di salvezza.

IL PRODIGIO  di Fabrizio Sinisi (ed. Mondadori)

Una notte nel cielo di una grande città italiana compare un volto: una faccia dai contorni rozzi come la disegnerebbe un bambino. Quando i cittadini si svegliano, guardano in alto e rimangono sbigottiti. Compreso Luca, il giovane prete a cui è affidato il racconto di questa storia. Don Luca è un prete mondano e carismatico: scrive libri di successo, è ospite fisso di un programma tv, i suoi corsi all’università sono sempre pieni. Ed è innamorato di Marta, una ragazza tormentata e inafferrabile. All’inizio il faccione viene visto con simpatia e curiosità, le sue foto riempiono i feed dei social, poi – mano a mano che i giorni passano e il Volto resta – subentra lo smarrimento: cosa significa quel segno nel cielo? Sarà un fenomeno meteorologico? Un happening artistico, un messaggio in codice, il segnale di una guerra chimica imminente? Supposizioni e ipotesi si moltiplicano, ma quella che fa più presa sulle masse è che si tratti di un evento misterico: un prodigio, la manifestazione di un dio. I primi miracoli e le prime guarigioni portentose non tardano ad arrivare. Luca non sa cosa dire ai suoi fedeli, che desiderano ardentemente credere e pretendono che la Chiesa si pronunci. Anche il sindaco è preoccupato: l’afflusso di pellegrini e turisti che vogliono vedere il Volto è inarrestabile, c’è gente accampata ovunque, mantenere l’ordine pubblico è impossibile. Nello strano caos metafisico in cui la città è sprofondata, si formano movimenti, fazioni, sette, ed emergono nuovi leader: su tutti, un giovane e magnetico asceta transgender che inneggia a una rivoluzione spirituale collettiva. Travolto da quest’onda di fanatismo e ossessionato dall’improvvisa sparizione di Marta, Luca sente la sua fede sfaldarsi, ma comincia a intravedere un modo nuovo, nudo e vertiginoso, di aprirsi al mistero. Già considerato una fra le voci più importanti del teatro italiano, nel suo esordio letterario Sinisi ci consegna una spericolata parabola contemporanea che guarda alla grande letteratura europea – Houellebecq, Saramago, Rushdie – contaminandola con la cronaca politica italiana e con la narrativa filosofica e soprannaturale.

La motivazione della giuria degli esperti

Per la tenuta di una struttura scomposta in brevi densi capitoli, fatti di monologhi più che di dialoghi e caratterizzati da una scrittura che rivela, nel ritmo serrato e nella resa scenica del delirio collettivo, la formazione teatrale dell’autore.

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA DEGLI ESPERTI A:

UNA BRUTTA VOGLIA di Anna Schirru (ed, WUDZ)

C’è un luogo dove i sentimenti non si dicono, si ingoiano. Dove l’amore non si pronuncia, ma si lascia sul comodino in un bicchiere d’acqua fresca; dove l’odio non si ammette, ma si spara al bancone di un bar; dove il dolore si nasconde dietro le tende del salotto, sperando che qualcuno se ne accorga. Ci sono 62 personaggi almeno, in questa storia. C’è una piccola città del Sud della Sardegna, il vento di levante e il vento di maestrale. C’è il mare d’estate e ci sono singhiozzi d’inverno. Ci sono gatti, sigarette accese, reggiseni stesi, suore, sorelle che parlano alla luna, padri nel buio, madri che fumano, resti di miniere. C’è una bambina con le voglie belle di una bambina, la voce e gli incubi di una bambina. C’è una comunità di adulti con le voglie brutte degli adulti, la voce di un coro che se non fosse sardo sarebbe greco, la tentazione di fuggire, di bruciare di rabbia, di lasciarsi cadere degli adulti.

Le motivazioni della giuria degli esperti

Per la rara efficacia con cui la voce narrante restituisce il timbro autentico del parlato infantile, inserendolo in un “noi” corale che ne allarga il respiro, fino a farne il racconto di una comunità e della sua terra.